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Presentazione del libro Firenze io ti canto. Di cantonata in cantonata, a spasso per la storia della città e dei suoi abitanti (con disegni di Amos) a cura di Margherita Calderoni.

Data: 03/12/2018
Florence
Firenze (FI)
Categoria Arte e Cultura


“Canto de Diavoli”, “Canto alla Briga”, Canto al Diamante”…vi siete mai chiesti il significato di quelle lapidi su parecchie cantonate delle strade centrali fiorentine? Il libro di Margreta Moss, illustrato da A°Mos The Dark , ripercorre la storia della città e delle sue storiche Famiglie, seguendo le “note” di questi Canti per ricostruire un mosaico sociale e culturale della Firenze del ‘400. CANTO ALLA QUARCONIA Via de Cerchi  -  Via del Canto alla Quaconia  Ammesso  che qualcuno abbia alzato il naso alla cantonata di  VIa  de’ Cerchi  che porta questa scritta, e’ probabile che sia rimasto con  la curiosita’di  dove sia uscito  l’astruso nome di Quarconia. Forse  una lontana terra esotica, una spezia rara, una principessa in esilio, una tassa  immobiliare?  Il  vernacolo  fiorentino si diverte a storpiare i nomi  per  rendere  concetti  e  immagini piu’ coloriti, ma per arrivare a  Quarconia  ci vuole  molta fantasia.    E anche un po’ di latino, perche’ pare  che tale  parola  derivi da QUARE QUONIAM.

Ma che ci  fanno  due  avverbi latini  su uno spigolo delle antiche case de’ Cerchi?  Fatto sta che  una di queste divenne un luogo di “rieducazione” giovanile grazie allo zelante interessamento di Don Filippo Franci, con  il patrocinio  di  S. Filippo Neri. Pare infatti che  il  fenomeno  della gioventu’ sbandata non sia solo frutto della corrotta societa’ moderna e che angustiasse autorita’ e parenti fin da  tempi assai remoti. Per  togliere  i  suddetti ragazzi “non integrati”  dalla  strada  del vizio,  si  costitui’ dunque l’Ospizio della  Quarconia,  riconosciuta successivamente  come istituzione ufficiale da Ferdinando II,  con  un documento  che  comincia appunto con Quare Quoniam.  Ora,  queste  due parole  erano  la formula giuridica usata nei tribunali  popolari  per sintetizzare  la  causa di colpevolezza dell’imputato  e  la  relativa sentenza di condanna. Se  ne deduce pertanto che l’iniziale pia intenzione di Don Franci  di dare  un tetto e una speranza ai suoi assistiti fosse  estrapolata  in modo che questi si trovarono praticamente in riformatorio. E non ispirato al bonario motto di Filippo Neri “siate buoni, se potete” perché per le loro colpe  di  accattonaggio, furtarelli, vagabondaggio e  disturbo  della quiete  pubblica, i giovani disadattati della Firenze antica (fra  cui anche i rampolli “caratteriali” di famiglie-bene incapaci di tenerli a freno) si trovavano distribuiti poco per amore e parecchio per forza in otto  piccole celle,  dove  poter meditare sulle loro mancanze. Non  erano  comunque solo esercizi spirituali quelli  a  cui  venivano sottoposti gli” ospiti” di tale encomiabile istituzione: a quell’epoca erano in voga piu’ le terapie d’urto che quelle persuasive e  generalmente si ricorreva a metodi di convincimento un po’ drastici. Se  ne uscivano redenti o meno non si sa con esattezza;  forse  questo Canto si e’ preso piu’ accidenti che benedizioni, tuttavia l’ente  che qui aveva sede era animato dallo scopo di togliere dalla strada potenziali  delinquenti:  un  servizio di pubblica sicurezza  che, pur nell’evoluta ottica moderna di tutti i tipi di attenuanti per i disadattati che sono in giro,  oggi i fiorentini non disdegnerebbero  rispolverare, specie quelli le cui case vengono imbrattate, le cui macchine vengono sfregiate, le cui cantonate sono orinatoi, le cui piazze sono bivacchi multietnici, le cui botteghe e le cui tasche sono prese di mira in modo disonesto. Certo otto celle non basterebbero, il latino non va di moda e il Canto in questione non esisterebbe nemmeno grazie alla filosofia  del “politically correct” . O tempora, o mores.




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